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“Di sicuro c’è solo che è morto”: l’articolo che sconvolse la vita al giornalista Tommaso Besozzi

Interviste, cronaca e notizie
11 luglio 2026

“Di sicuro c’è solo che è morto”: l’articolo che sconvolse la vita al giornalista Tommaso Besozzi
(Redazionale)

A volte la vita è davvero strana, e lo diventa ancora di più quando un episodio di cronaca nera, un’inchiesta giornalistica condotta da un cronista, forse il migliore della sua epoca, può lasciare strascichi che devastano la mente e l’esistenza di uomo. Probabilmente questo è successo a Tommaso Besozzi. In questo articolo cercheremo di raccontare cosa è successo più di 70 anni fa.
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Ma chi è stato Tommaso Besozzi

Tommaso Besozzi, nato a Vigevano nel 1903 e morto suicida a Roma nel 1964, è stato uno dei maggiori giornalisti italiani del dopoguerra, maestro, tra gli altri, di Enzo Biagi e Oreste del Buono, che gli ha dedicato la biografia “I giornali non sono scarpe”, curata da Enrico Mannucci per Baldini&Castoldi.
Una vita quella di Tommaso Besozzi che secondo Oreste Del Buono ha tratti leggendari, tanto che lo ha definito “il più grande e il più moderno degli inviati speciali del dopoguerra”, invece per Enzo Biagi, l’altro dei suoi grandi allievi, “un cuore tormentato e buono” e “incapace di furbizie e adattamenti”.
Nel 1926, poco più che ventenne, Besozzi entra al “Corriere della Sera”, dove inizia il suo cammino nel mondo del giornalismo. Nel 1945, Arrigo Benedetti, che dieci anni dopo fonderà “L’Espresso”, lo vuole a “L’Europeo”, ai tempi un vero e proprio laboratorio di un nuovo giornalismo, capace di dissipare la coltre di nebbia in cui il fascismo ha avvolto il paese. E sicuramente Besozzi non ha per nulla deluso le aspettative riposte su di lui da Arrigo Benedetti.
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Infatti, quando Besozzi, nel luglio del 1950, arriva a Castelvetrano per la morte di Salvatore Giuliano, non è disposto a celebrare la diffusa liturgia della versione ufficiale, secondo la quale il bandito sarebbe stato ucciso nel corso di un conflitto a fuoco con i Carabinieri. Inizia una sua indagine/inchiesta personale. Nota parecchie “incongruenze” e le esamina, trova i “punti oscuri” per lui, e accumula dubbi.
Inizia a perforare, a fatica, il muro di silenzio che schiaccia il paese, cerca chi ha visto e sentito, raccoglie i bisbigli, i mormorii, i rumori soffocati delle figure in movimento nella notte afosa in cui il bandito è stato ucciso.
Pochi dormivano, e molti, nelle case, dietro le finestre socchiuse, stavano in ascolto, senza sapere esattamente che cosa stesse accadendo. Eppure qualcosa stava accadendo e molti, forse, al contrario, sapevano.
Besozzi, dopo aver osservato a lungo il corpo senza vita di Salvatore Giuliano riverso nel cortile di una casa del paese, nota dei fori nella canottiera bianca. Capisce subito che c’è un segreto in quei fori, una realtà obliqua e scomoda, e per questo celata. E più Besozzi osserva, più elabora la convinzione che la “verità ufficiale” diffusa dai Carabinieri è solo il camuffamento di un lacunoso “puzzle”, dove i pezzi non s’incastrano, e gli interrogativi fanno dubitare della versione ufficiale malamente imbastita con reticenza ed imprecisione, sicuramente volute.
“Di sicuro c’è solo che è morto”, è il titolo del pezzo dell’inviato Tommaso Besozzi pubblicato su “L’Europeo” il 16 luglio 1950, dieci giorni dopo la morte di Salvatore Giuliano. Farà scalpore, in Italia e non solo.
Così Tommaso Besozzi entra nella leggenda del giornalismo internazionale. Anche perché non si accontenta di ricomporre la meccanica dei fatti, tornando ad allineare i pezzi del “puzzle”.
Sa benissimo che la posta in gioco è più alta. Non si tratta di sapere soltanto chi ha davvero ucciso il bandito Giuliano e come, Poi si arriverà poi a individuare in Gaspare Pisciotta, luogotenente e cugino di Giuliano, l’esecutore materiale del delitto.
Ma per conto di chi?
E in virtù di quali accordi o promesse?
Besozzi, come uno scenografo, comincia a vedere chi si è mosso dietro la scena del cortile di Castelvetrano, dove giace il corpo di Salvatore Giuliano crivellato di colpi. In quel cortile, Besozzi scorge l’ombra tentacolare della Mafia, quella stessa Mafia agraria che, tre anni prima, il 1° maggio del 1947, aveva commissionato la strage di Portella della Ginestra.
Ma che piega prende la vita di Tommaso Besozzi dopo aver smascherato la costruzione di menzogne sulla morte del bandito Giuliano?
Nel 1950 ha 47 anni, ed è all’apice della sua notorietà. Va in Africa e a Parigi, intervista Jean Gabin e Georges Simenon. Ma è irrequieto, insoddisfatto, come se non fosse riuscito a capitalizzare nulla della sua affermazione professionale. È riconosciuto come uno dei grandi reporter italiani, ma sembra non accorgersene. Ripiegato su sé stesso, non insegue più le storie che offre il mondo, non trova più il gusto di raccontarle, e comincia ad aver difficoltà a scrivere.
Tommaso Besozzi, il brillante inviato, lentamente ma costantemente, frana in un tunnel di dolore senza ritorno. A poco a poco l’ammirazione che il suo nome aveva suscitato fino a quel momento sfuma in distanza. Fatica persino a trovar lavoro, nonostante la sua fama, e, a partire dal 1958, va in “penoso pellegrinaggio fra i giornali”. Si trasferisce a Roma, in una bella via residenziale che da Trastevere sale verso il colle del Gianicolo. Ha con sé la famiglia, ma, per giorni, per settimane, ne ignora la presenza, facendosi lasciare un po’ di cibo su un tavolino fuori dall’“antro del mago”, un curioso “laboratorio”, dove Besozzi, ha accatastato “arnesi, alambicchi, barattoli, vernici”. Per farne che cosa? Lo si scoprirà qualche settimana più tardi.
Nel frattempo, la famiglia non trova altra soluzione che il ricovero in una clinica, con camicia di forza e scosse elettriche. Besozzi è irriconoscibile. In una foto di qualche anno prima appare elegante, seduto alla scrivania, la pipa in bocca, lo sguardo aperto. Non è più così: vive nascosto, quasi si vergognasse di sé.
E, chiuso nel suo “antro”, cova un terribile progetto. Per settimane fabbrica l’arma con cui il 18 novembre del 1964 si ucciderà: una sorta di rudimentale “cannone” caricato con una polvere preparata apposta, un miscuglio di carbone, zolfo e salnitro. La miscela preparata con cura da Besozzi provoca una forte deflagrazione, che risuonerà in tutto il quartiere, si penserà a un attentato. Viene giù un muro della casa. Fra i calcinacci i familiari troveranno questo biglietto: “Chiedo perdono. Non posso più sopportare la vita”.
La sua grande inchiesta sulla vicenda del bandito Salvatore Giuliano e la sua morte, alla lunga hanno segnato la vita e la morte anche di Tommaso Besozzi.
Tommaso Besozzi al centro, fra due persone
Ma torniamo al suo libro inchiesta che unitamente all’articolo su “L’Europeo”, ha reso famoso il giornalista!

“La vera storia del bandito Giuliano” è il libro scritto da Tommaso Besozzi, pubblicato nel 1959 e poi scomparso da librerie e biblioteche. Il libro nasce da un’inchiesta dell’autore che parla di Salvatore Giuliano, il bandito tristemente famoso per la strage di Portella delle Ginestre del 1° maggio 1947.
Tommaso Besozzi fu l’unico a scrivere come sono andate veramente le cose. Fu lui a dire che Giuliano non era morto nel cortile del fornaio De Maria (come era invece riportato nella versione ufficiale dei Carabinieri), ma che era stato ucciso nel sonno e con molta probabilità proprio dal cugino Gaspare Pisciotta.
Questo libro che di recente è stato rieditato da Milieu Edizioni, rappresenta di fatto la pietra miliare che porterà negli anni seguenti, e fino ai giorni nostri se vogliamo, alla nascita di un filone letterario della narrativa d’inchiesta.
“Di sicuro c’è solo che è morto”: queste sono le parole con cui Tommaso Besozzi inizia a raccontare ai lettori dell’Europeo, settimanale per il quale era inviato, la storia della morte del bandito Salvatore Giuliano, avvenuta a Castelvetrano il 5 luglio del 1950.
Il grande giornalista manifesta fin da subito i suoi dubbi sulle stranezze di questo omicidio, ponendosi diverse domande nate dalla sua conoscenza della storia del bandito e di certe abitudini e vezzi di Giuliano, di cui era venuto a conoscenza nel corso delle sue inchieste.
“Perché Giuliano non aveva un soldo addosso?”; “Perché portava una semplice canottiera, lui così ambizioso e, a suo modo, elegante?”; “Perché non aveva l’orologio al polso, un grosso cronometro d’oro per il quale aveva una bambinesca affezione e che, come era stato testimoniato da più parti, era la prima cosa che cercasse al risveglio?”
Ma erano molti altri i particolari che alimentavano più di dubbio in Besozzi sul fatto che il luogo del ritrovamento del cadavere corrispondesse a quello reale dell’esecuzione (perché di quello in fondo si è trattato).
Colpirono l’attenzione del giornalista alcune ferite sul corpo dell’ucciso, in particolar modo quella sotto l’ascella destra, ma in generale altre ferite di proiettili sembravano tumefatte come se risalissero a qualche tempo prima della reale constatazione di morte, mentre alcune, invece, apparivano a contorni nitidi, come se fossero più fresche, più recenti. I proiettili che avevano colpito Giuliano al fianco presentavano quei contorni irregolari tipici dei colpi sparati a bruciapelo, mentre altri avevano lasciato minuscoli fori perfettamente rotondi (sparati da una certa distanza?). La canottiera che indossava la vittima era intrisa di sangue dal fianco alla metà della schiena, ma sotto quella grossa macchia non c’erano ferite. Il Besozzi dedusse, anche con una certa logica molto vicina alla realtà, che il corpo del bandito fosse rimasto per qualche tempo in posizione supina, piuttosto che accovacciato come si è voluto far credere; quindi, tutto quel sangue doveva essere sgorgato dalle ferite sotto l’ascella e certamente era sceso lungo il fianco, non poteva di sicuro essere andato all’in su.
A questi dubbi e alle sue domande, il giornalista diede delle risposte qualche mese più tardi, in un successivo articolo sull’Europeo, usando in questo caso toni decisamente perentori, scrivendo senza messe misure che Salvatore Giuliano era stato ucciso a tradimento, nel sonno e che il suo corpo era stato portato in un secondo momento nel cortile dove è stato trovato per preparare la messa in scena finale. Ribadì queste sue affermazioni dicendo anche che Il Capitano Perenze infierì sparando sul cadavere.
Ma alle domande esposte in precedenza ora se ne aggiungeva più importante: chi aveva ucciso Giuliano nel sonno e a tradimento?
L’ipotesi più attendibile fu che fosse stato Gaspare Pisciotta, suo cugino, che dormiva quella notte con lui. Ma emerse anche un’altra ipotesi: cioè, che a freddare Giuliano fosse stato un giovane killer di Cosa Nostra, che rispondeva al nome di Luciano Liggio, al quale Pisciotta si sarebbe limitato ad aprire la porta.
Una cosa era certa: Salvatore Giuliano non è stato ucciso nel corso di uno scontro a fuoco con le forze dell’ordine, ma è stato vittima di un delitto su commissione, probabilmente eseguito dietro una promessa di impunità per l’esecutore. Dopo uno scoop dell’Europeo che smascherava la messa in scena attuata dai Carabinieri, emerse anche che la promessa di impunità non fu mai mantenuta.
Dopo queste rivelazioni, i Carabinieri finirono nell’occhio del ciclone e cercarono in qualche modo di proteggere la clandestinità di Pisciotta, ma la polizia si mette di traverso e il 5 dicembre 1950 arresta Pisciotta che poi, al processo sulla strage di Portella della Ginestra, ammette di aver sparato a “Turiddu”.
Lo fa con un documento affidato al suo avvocato, dove, tra le tante cose, c’è scritto: “Avendo io personalmente concordato con il ministro degli Interni Scelba, Giuliano è stato ucciso da me.”
Salvatore Giuliano a dx e Gaspare Pisciotta a sx
Pochi giorni dopo queste rivelazioni, il colonnello dei carabinieri Luca, appena promosso generale, ammette in un’intervista di essersi servito di Pisciotta per catturare Giuliano, pur non specificando che fu proprio il cugino ad uccidere il bandito Giuliano. Pisciotta, fuori di sé, il 16 aprile 1951, chiede la parola dalla gabbia dell’Assise di Viterbo e smentisce il generale Luca e, davanti ad una folla di giornalisti, fa i nomi dei mandanti della strage di Portelle delle Ginestra e racconta per filo e per segno incontri e trattative fra banditi e uomini delle istituzioni, con tanto di promesse di impunità.
“Banditi, mafia e carabinieri eravamo tutti come una cosa sola, come la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo”, urla concludendo il suo sfogo aggiungendo poi: “Io ho liquidato Giuliano senza alcun vantaggio materiale. Chiedo che Luca venga a deporre: voglio vedere se riuscirà a dimostrare di avermi dato una sola lira dei 50 milioni della taglia. Sono un bandito, signori, ma un bandito onesto!”
Pisciotta venne condannato all’ergastolo con l’aggiunta di altri 11 per la strage di Portella Della Ginestra nella sentenza di primo grado del maggio 1952. Nel febbraio del 1954 Pisciotta chiede di parlare con un magistrato.
L’allora sostituto procuratore Pietro Scaglione va a trovarlo in carcere dove il Pisciotta gli comunica la sua decisione di smascherare una volta per tutte i mandanti della strage.
Si danno appuntamento al giorno successivo, quando Scaglione dice che tornerà con un cancelliere per verbalizzare il tutto.
La mattina seguente Pisciotta muore nella sua cella all’Ucciardone per una dose di stricnina versatagli da qualcuno nel caffè o, molto più probabilmente, nella medicina che è solito prendere per la tubercolosi.
 
E con la morte di Pisciotta il caso Salvatore Giuliano è chiuso, anche se forse molti misteri lo avvolgono.
 
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Redazione: Desenzano del Garda
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