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Il MARec "Museo dell'Arte Recuperata"

Interviste, cronaca e notizie
31 agosto 2026

Il MARec - Museo dell'Arte Recuperata
 
Incontro con
Barbara Mastrocola, direttrice del museo
(Aurelio Armio)

E' davvero una casualità che questo articolo intervista con la Dottoressa Barbara Mastrocola viene pubblicato il 31 agosto 2026. C'era di mezzo il mese agosto, una mese dove tutto rallenta e così è stato anche per il nostro magazine.
Ma forse è meglio così: io alle coincidenza credo poco (in fondo per chi scrive gialli il non credere alla coincidenze è un po' un ritornello di qualsiasi detective...)
Comunque, nel nostro caso la pubblicazione dell'articolo corrisponde con il ricordo di quel terribile sciame sismico iniziato il 24 agosto 2016 nel reatino per proseguire fino ad ottobre dello stesso anno nelle Marche.
E proprio da quel terribile terremoto che anni dopo a visto nascere il MARec, il Museo dell'Arte Recuperata.
Quindi dopo questo mio breve cappello, eccoci a farci travolgere dalla parole di Barbara Mastrocola.
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L’Italia!
Un paese meraviglioso dove l’enorme patrimonio artistico e culturale incastonato in una natura meravigliosa è un dono che tutti noi che siamo nati e viviamo in questa penisola, dovremmo amare profondamente e essere tutti protagonisti della protezione, tutela e conservazione dell’immenso patrimonio artistico, naturale e culturale che ci ospita, forse anche immeritatamente.
Spesso non accade di essere sempre protagonisti positivi, anzi, sembra più evidente il contrario!
Spesso siamo noi esseri umani i primi a distruggere quel tesoro che dovremmo tutelare e “proteggere come un buon padre di famiglia fa con i propri figli”: mi pare si dica così, o sbaglio?
E molto spesso la natura sembra rivoltarsi contro di noi come se volesse punirci e lo fa con le armi più feroci che possiede: inondazioni, piogge torrenziali, frane e smottamenti che sembrano voler spostare interi paesi.
Terremoti!
Già, ci sono anche i terremoti che portano ciclicamente distruzione in ogni angolo del paese. Sarebbe troppo lungo l’elenco per ricordare solamente quelli realmente catastrofici che nell’arco dei secoli, dei millenni, hanno martoriato la nostra penisola dalle Alpi fino alla Sicilia.
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E proprio da uno degli ultimi terremoti che hanno squarciato il centro Italia, è sbocciato un fiore, il protagonista della nostra storia: Il “MARec”, ovvero il Museo dell’Arte Recuperata di San Severino Marche, meraviglioso borgo dove gli odori della storia trasudano ovunque.
San Severino Marche ha storia antichissima, che inizia in epoca romana (se non ancora prima), quando nel fondovalle esisteva Septempeda, un insediamento nel Picenum, ovvero le attuali Marche. A causa di distruzioni e invasioni barbariche gli abitanti di Septempeda si rifugiarono sulle alture dando origine a una nuova città che nel medioevo prese il nome di San Severino.
Ma veniamo a tempi più recenti e vicini a noi.
San Severino Marche, il centro storico
È ancora vivo in tutti noi il ricordo sisma del 2016 che ha sconvolto una vastissima area del centro Italia. O, meglio stiamo parlando di una sequenza sismica che ha avuto inizio nell’agosto 2016 con diversi epicentri situati tra i Monti Sibillini, l'alta Valle del Tronto, i Monti della Laga e i Monti dell'Alto Aterno.
Ancora oggi in molte località le ferite lasciate da quella tragedia sono ancora aperte e purtroppo visibili. Sanguinano ancora!
Eppure da quelle ferite, qualcosa è nato.  
Oggi, nel 2026, a 10 anni da quella tragedia, vogliamo raccontarvi una meravigliosa storia di rinascita.
“Dai diamanti non nasce niente… dal letame nascono i fiori!”, diceva Fabrizio De Andrè in quel capolavoro di poesia che è “Via del Campo”.
Ebbene questa frase sembra calzare a pennello per la storia che stiamo per raccontarvi, quella del Museo dell’Arte Recuperata (MARec), il nuovo Museo Diocesano dell’Arcidiocesi di Camerino e San Severino Marche, che raccoglie in un’unica esposizione le opere salvate dalle chiese dopo il sisma del 2016.
Per scoprire come è nata questa straordinaria iniziativa, che non è un “semplice e normale” museo, ma è molto, molto di più, ci faremo accompagnare dalla Direttrice del Museo, la dottoressa Barbara Mastrocola, che ha visto nascere il museo e ne ha seguito la sua crescita fin dai primi vagiti.
È un piacere per noi accogliere la Dottoressa Barbara nelle pagine del nostro magazine online e vorremo che sia lei a prendere per mano i nostri lettori e guidarli alla scoperta del MARec che non è solo il custode di opere d’arte salvate dal rischio di andare perdute per sempre, ma è anche custode di un territorio, delle sue radici, della sua storia, è il custode della memoria secolare delle popolazioni marchigiane che a fatica si sono risollevate da una tragedia immensa e che vogliono guardare al futuro portando con loro tutta la loro storia passata da lasciare in dono ed in pegno alle future generazioni.
Benvenuta su “L’Astrolabio Online”, Dottoressa Mastrocola. Prima di parlare del MARec, perché non ci racconta qualcosa di Barbara Mastrocola prima di arrivare ad essere la Direttrice del Museo Arcidiocesano?

Prima di diventare direttrice di un museo sono stata, e mi sento ancora, soprattutto una persona profondamente curiosa. La curiosità è probabilmente il filo rosso che ha accompagnato tutto il mio percorso: la curiosità verso l’arte, verso la storia, verso le persone e soprattutto verso le storie che si nascondono dietro le opere.
Ma se devo cercare l'origine di questo percorso, devo necessariamente parlare della mia famiglia. L'amore per l'arte e per la cultura mi è stato trasmesso innanzitutto dai miei genitori. È stata una sensibilità che ho respirato in casa e che, crescendo, è diventata sempre più parte di me.
Poi, durante gli anni del liceo, è arrivato un incontro altrettanto importante: quello con la mia insegnante di storia dell'arte. È stata una di quelle persone che non si limitano a trasmettere delle nozioni, ma riescono a trasmettere una passione. Ed è una differenza enorme.
Credo infatti che, quando si parla di educazione, si rischi spesso di dimenticare quanto siano importanti le persone. Un insegnante può fare molto più che insegnare una materia: può aprire una porta, indicare una strada, far nascere una curiosità che magari accompagnerà una persona per tutta la vita.
Sono una museologa e storica dell'arte e il mio percorso professionale è stato strettamente legato al territorio. Mi sono occupata delle collezioni civiche di Camerino, della loro ricerca, catalogazione, conservazione e valorizzazione e dal 2012 sono direttrice del Museo Arcidiocesano di Camerino. Successivamente il mio percorso si è intrecciato sempre più profondamente con la tutela del patrimonio ecclesiastico e con le conseguenze del terremoto del 2016, fino ad arrivare alla nascita del MARec.
Se guardo oggi al cammino che ho fatto, mi rendo conto che tutto è partito proprio da lì: dalla famiglia, dalla scuola e da alcune persone che hanno saputo farmi capire che dietro un'opera d'arte non c'è soltanto qualcosa da osservare, ma una storia da conoscere, una cultura da comprendere e, soprattutto, qualcosa che abbiamo il dovere di conservare e trasmettere.
Forse è proprio questo il senso più profondo dell'educazione: ricevere qualcosa da chi ci ha preceduto e, a nostra volta, essere capaci di trasmetterlo a chi verrà dopo di noi.
 
Dedicare la propria vita professionale all’arte, alla cultura, alla condivisione della storia, credo vada ben oltre la ricerca di una “semplice” professione, suppongo ci sia molto di più.

Assolutamente sì.
Credo che lavorare con il patrimonio culturale significhi innanzitutto assumersi una responsabilità.
Un'opera d'arte non è soltanto un oggetto bello da guardare. È una testimonianza. Racconta una comunità, una fede, una tradizione, un artista, una committenza, un momento storico. E molto spesso racconta anche la vita quotidiana delle persone che per secoli l'hanno guardata, custodita e vissuta.
Per questo considero il mio lavoro una forma di servizio. Noi abbiamo ricevuto un patrimonio che non ci appartiene veramente: lo abbiamo ricevuto in consegna e dobbiamo essere capaci di trasmetterlo a chi verrà dopo di noi.
E c'è un'altra parola che considero fondamentale: condivisione. Conservare un'opera chiudendola in un deposito non è sufficiente. Naturalmente la conservazione è indispensabile, ma altrettanto importante è restituire quell'opera alle persone, raccontarla, renderla comprensibile e far sì che possa nuovamente dialogare con una comunità.
Per chi come lei respira e si ciba di arte e cultura, quindi delle radici di un territorio che è ricco testimonianze di storia, tempestato da una quantità incredibile di monumenti sacri e non, che ha loro volta sono impreziositi da capolavori di inestimabile valore e di un territorio che parla ovunque della storia e delle tradizioni secolari delle popolazioni che lo hanno vissuto e lo vivono da secoli e secoli, cosa è significato trovarsi all’improvviso da una devastazione come quella del 2016 che in pochi attimi ha portato spazzato via secoli di storia, di cultura, ha portato via non solo vite umane, ma anche tutto quello che aveva chi è sopravvissuto?

È stato qualcosa di difficile persino da raccontare.
Il terremoto non ha distrutto soltanto edifici. Ha interrotto una continuità. Ha modificato il paesaggio, la quotidianità, le relazioni e il rapporto delle persone con i propri luoghi.
Per chi lavora con il patrimonio culturale, vedere chiese lesionate, edifici inagibili e opere che improvvisamente devono essere rimosse dai loro luoghi significa comprendere in maniera drammatica quanto sia fragile ciò che spesso consideriamo eterno.
E poi c'è la dimensione umana. Non possiamo parlare delle opere senza parlare delle persone. Quelle opere appartenevano a comunità precise. Erano dentro chiese dove generazioni di uomini e donne avevano pregato, celebrato, vissuto momenti importanti della propria esistenza.
Dopo il sisma ci siamo trovati quindi di fronte a una doppia emergenza: salvare materialmente le opere e, nello stesso tempo, cercare di non perdere il legame tra quelle opere e le comunità alle quali appartenevano.
È proprio da questa consapevolezza che nasce una parte importante del significato del MARec.
Come è nata l’idea di creare un luogo dove raccogliere e preservare un enorme patrimonio di opere d’arte che poteva andare perduto (o peggio ancora finire in mano a sciacalli e trafficanti di opere d’arte)?

L'idea nasce dalla necessità di trasformare una situazione emergenziale in un'occasione di rinascita.
Dopo il terremoto, migliaia di opere provenienti dalle chiese danneggiate furono messe in sicurezza e trasferite nei depositi. Ma un deposito, per quanto sicuro, non può diventare la destinazione definitiva di un patrimonio così importante.
L'Arcivescovo Francesco Massara ha raccontato molto chiaramente l'origine dell'idea: entrando nel Palazzo vescovile si trovò davanti a migliaia di opere conservate nei depositi e si pose il problema di come restituirle alla visibilità. Da questa esigenza nacque il progetto del museo
L'esigenza era quindi quella di trovare un luogo nel quale queste opere potessero essere conservate, studiate e, soprattutto, tornare ad essere viste.
Il MARec nasce con un'idea semplice ma allo stesso tempo molto ambiziosa: se quelle opere non potevano ancora tornare nelle loro chiese, dovevamo almeno fare in modo che potessero tornare a parlare alle persone.
E così è nata quella che considero una «casa temporanea» delle opere.
Temporanea, perché il nostro desiderio è che molte di loro possano un giorno tornare nei loro luoghi d'origine.
Si è trattata di un’iniziativa locale o qualcuno ha avvallato il progetto e ne ha resa possibile la realizzazione sostenendovi?

È stato un progetto nel quale diverse realtà hanno dovuto necessariamente lavorare insieme.
Il museo è dell'Arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche, ma la sua realizzazione è stata possibile grazie alla collaborazione delle istituzioni e al sostegno derivato dal progetto di valorizzazione e riqualificazione del Palazzo vescovile.
Il MARec rientra nel POR FESR Marche 2014/2020, nell'ambito degli interventi dedicati alla valorizzazione e messa in rete del patrimonio culturale e al recupero di un edificio dal forte valore simbolico.
All'inaugurazione dell'11 giugno 2022 erano presenti rappresentanti dell'Arcidiocesi, delle istituzioni locali e regionali, del Ministero della Cultura e della Soprintendenza.
Questo credo sia un aspetto importante: un progetto di questa portata non può essere il risultato della volontà di una sola persona. Serve una comunità che riconosca nel patrimonio culturale un bene comune.
Il MARec è il custode di un grande patrimonio. Immagino però molti capolavori recuperati non siano stati in buone condizioni, forse alcuni anche irrimediabilmente danneggiati. Avete anche una struttura che si occupa di restauro e ricondizionamento delle opere salvate?

Sì, ed è uno degli aspetti che considero fondamentali.
Il museo non nasce semplicemente come luogo nel quale appendere dei quadri. Accanto all'esposizione esiste anche una dimensione legata alla conservazione e al restauro. Il progetto del MARec ha previsto infatti anche un laboratorio di restauro e attività di pronto intervento sulle opere danneggiate dal sisma.
Bisogna ricordare che le opere recuperate dopo un terremoto possono presentare problematiche molto diverse: lesioni, distacchi, deformazioni, perdita di materia, problemi strutturali.
Ogni opera deve quindi essere studiata e trattata individualmente.
E anche qui ritorna il concetto di cura. Salvare un'opera dalle macerie è soltanto il primo passo. Poi bisogna metterla in sicurezza, studiarla, documentarla, restaurarla quando necessario e soprattutto conservarla correttamente.
Il MARec non è solo una collezione che azzarderei definire della memoria, ma anche il “contenitore” che ospita il museo è un palazzo che ha anch’esso una storia importante per San Severino Marche. Ce ne può parlare?

Il Palazzo vescovile è una parte fondamentale della storia del museo.
Il fatto che il MARec sia stato realizzato proprio all'interno del Palazzo vescovile di San Severino Marche non è casuale. Il contenitore e il contenuto dialogano tra loro: da una parte abbiamo un edificio legato alla storia religiosa e civile della città, dall'altra opere provenienti da un territorio molto più ampio, anch'esso profondamente segnato dalla storia.
Il recupero dell'edificio ha quindi avuto una doppia funzione: restituire uno spazio significativo alla città e creare un luogo adeguato nel quale custodire e presentare le opere salvate.
Il museo è stato inaugurato l'11 giugno 2022 proprio all'interno del Palazzo arcivescovile.
E credo sia importante che il visitatore percepisca questa relazione. Non entra semplicemente in una galleria nella quale trova delle opere appese alle pareti: entra in un luogo che appartiene alla storia stessa del territorio.
Che cosa rappresenta il Museo non solo dal punto di vista artistico e culturale per la città e la comunità e per chi arrivando da fuori abbia l’opportunità di visitarlo? Cioè, immagino che non rappresenti solamente uno spazio espositivo dove ammirare le opere esposte.

Questa è forse la domanda alla quale tengo maggiormente.
Il MARec non vuole essere soltanto un museo nel senso tradizionale del termine. È nato da una ferita e quindi porta dentro di sé una responsabilità diversa.
Per molte comunità colpite dal terremoto la perdita delle chiese ha significato anche la perdita di uno spazio di aggregazione. Una chiesa non è soltanto un edificio: è un luogo nel quale una comunità si riconosce, nel quale si sono celebrati battesimi, matrimoni, funerali, feste, momenti di gioia e momenti di dolore. È un luogo che appartiene alla memoria delle persone.
E forse c'è un aspetto che rischiamo di dimenticare quando parliamo del terremoto. Non tutti hanno perso la propria casa. Ma, in qualche modo, la casa comune l'abbiamo perduta tutti.
Abbiamo perso quei luoghi nei quali una comunità si riconosceva. Abbiamo perso il luogo del cuore, quello nel quale ciascuno poteva ritrovare una parte della propria storia e della propria identità.
Per questo mi piace pensare al MARec come a una nuova piazza, a un luogo nel quale ritrovarsi. Non può sostituire ciò che è stato distrutto e non pretende di farlo. Ma può aiutarci a ricostruire un legame.
Le opere che sono qui non sono semplicemente dipinti, sculture o oggetti preziosi. Sono frammenti di una storia che appartiene a tutti. Guardandole possiamo ricordare ciò che abbiamo perduto, ma anche comprendere che qualcosa può rinascere.
E allora forse il museo può fare anche questo: ricostruire un piccolo pezzo di cuore.
Un pezzo di quel cuore che il terremoto ha ferito, ma che non ha potuto distruggere completamente.
Per chi arriva da fuori, invece, il MARec può essere una porta d'ingresso alla conoscenza di un territorio straordinario. Dietro ogni opera c'è un paese, una chiesa, una comunità, una storia.
Le opere esposte rappresentano un arco cronologico molto ampio e comprendono autentici gioielli. Ma ciò che vorrei che il visitatore portasse con sé, uscendo dal museo, non è soltanto il ricordo di aver visto delle belle opere d'arte.
Vorrei che portasse con sé la consapevolezza che quelle opere sono state salvate perché qualcuno ha ritenuto che quella memoria fosse importante.
E che la memoria, quando viene condivisa, può diventare anche una forma di futuro.
Per concludere, Dott.ssa Masrtocola, torniamo a lei: se potesse tornare indietro, a Barbara bimba e poi ragazza e studentessa, cambierebbe qualcosa del cammino che l’ha portata ad essere la donna e la professionista e divulgatrice di cultura che è oggi?

Probabilmente no.
Forse direi a quella bambina di avere un po' più di pazienza e a quella ragazza di non avere paura delle difficoltà. Ma non cambierei il percorso.
Perché anche le difficoltà, gli incontri, le esperienze apparentemente lontane tra loro, alla fine contribuiscono a costruire quello che siamo.
Se tornassi indietro sceglierei ancora la storia dell'arte, sceglierei ancora i musei e sceglierei ancora questo territorio.
Perché lavorare con il patrimonio culturale significa avere la straordinaria possibilità di incontrare ogni giorno persone vissute molti secoli prima di noi e, attraverso ciò che hanno lasciato, ascoltare ancora la loro voce.
E forse è proprio questo che mi ha sempre affascinato dell'arte: la sua capacità di attraversare il tempo.
Una persona può scomparire, una generazione può finire, una città può essere ferita da una tragedia. Ma un'opera, se siamo capaci di proteggerla, può continuare a raccontare.
E allora il nostro compito non è soltanto conservare il passato.
È fare in modo che quel passato possa ancora parlare al futuro.
Forse, in fondo, è lo stesso insegnamento che ho ricevuto da bambina, prima dai miei genitori e poi dalla mia insegnante di storia dell'arte: ciò che riceviamo non è soltanto qualcosa da conservare per noi stessi.
È qualcosa da amare, comprendere e trasmettere.
Ed è quello che cerchiamo di fare ogni giorno anche attraverso il MARec.
L'Astrolabio di Swanbook
Redazione: Desenzano del Garda
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