Incontro con Daniela Mena, tra "MicroEditoria", libri, cultura e tanto altro ancora.
Interviste, cronaca e notizie
4 marzo 2026
Incontro con Daniela Mena
direttrice artistica e organizzativa della "Rassegna della Microeditoria" di Chiari;
Daniela è tra le candidate al "Premio Donna Territorio & Cultura 2026" per la categoria "Promozione dell'Arte e della Cultura".
(di Aurelio Armio)
In questa intervista parleremo di editori, o meglio dei piccoli e micro editori e lo faremo con Daniela Mena, la direttrice artistica e organizzativa della Rassegna della MicroEditoria, l’importantissimo evento che si svolga a Chiari dal 2003.
Un evento che potremmo quasi definire un affare di famiglia, il perché lo scopriremo man mano nel corso dell’intervista.
Spendiamo due brevi parole su cosa è la Rassegna della Microeditoria di Chiari che ha una storia importante. Nata nel 2003 e promossa dall'Associazione L'Impronta. Un evento nato per dare visibilità ai piccoli editori e si è evoluto fino a diventare forse il più importante appuntamento nazionale per i piccoli editori e che nel 2020 ha ottenuto il riconoscimento ufficiale di "Prima Capitale del Libro" per Chiari nel 2020.
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Dott.ssa Mena, prima di entrare nello specifico degli argomenti che svilupperemo, ci racconti qualcosa di Daniela: chi è? Quali sono le sue passioni al di là del lavoro, che cosa sognava di diventare da grande la bimba Daniela e se i sogni di bambina hanno trovato conferma nel diventare prima ragazza e poi donna adulta.
A 6 anni scomponevo le forme di caratteri mobili nella tipografia di famiglia… penso che come in tante altre “saghe familiari” o ci si innamora dell’attività o la si rifiuta, nel mio caso è stato amore. Non ho mai avuto il sogno di “fare qualcosa”, ma ho sempre pensato che avrei voluto fare quel che c’era da fare al meglio. E in casa gli ingredienti del quotidiano erano dovere, impegno, tanto volontariato e cultura. Per battuta dico sempre che in casa nostra ognuno collezionava le sue associazioni (mio padre ne ha fondate almeno 4, io a 20 anni ero impegnata in altrettante). Sicuramente l’amore per i libri ha segnato una strada che prima mi ha portato a compiere gli studi classici a Brescia e poi all’Università di Parma, per il corso di Conservazione dei beni culturali, nello specifico il Corso di beni archivistici e librari. Insomma il solco era quello.
All’inizio dell’articolo intervista ho detto che possiamo definire MicroEditoria un “affare di famiglia”, ma mi sono fermato lì. Vuole essere a lei a spiegarne il perché?
Di fatto la Rassegna della Microeditoria nasce da un’iniziativa di mio padre che, da editore (GAM editrice), aveva intuito che Villa Mazzotti potesse fare da cornice perfetta a un evento fieristico dedicato agli editori indipendenti, allora chiamati soltanto “piccoli”. Dopo anni di tentativi alla ricerca di un ente e di un direttore artistico che potessero assumersi la responsabilità organizzativa dell’evento, trova soluzione ad entrambi i problemi nel 2003: anno in cui ottiene la disponibilità dell’associazione L’Impronta (nata nel febbraio 2001), di cui faceva parte, con Sandro Gozzini come presidente, a capitanare l’iniziativa in accordo col Comune di Chiari, che metteva a disposizione la Villa; inoltre quell’anno a giugno io mi laureai e il giorno dopo mi fu chiesto di occuparmi dell’organizzazione dell’evento. Da allora il mio ufficio è diventato la sede operativa in cui si tessevano (e si tessono) le trame di questo evento, che nessuno avrebbe mai pensato, in quei primi anni, avrebbe avuto il grandissimo onore di meritare a Chiari il titolo di Prima Capitale italiana del Libro.
Perché è nata la Rassegna della Microeditoria il cui titolo è diventato anche un marchio che identifica una nicchia del mondo dell’editoria: i piccoli editori indipendenti?
Nasce esattamente per dare un’occasione di visibilità agli editori indipendenti, ovvero coloro che fanno scouting per gli autori emergenti, che trattano nicchie del mercato editoriale trascurante dalla grande produzione, che fanno tesoro della memoria locale e delle sue tradizioni. Di fatto costituiscono il più importante baluardo per la tutela della bibliodiversità! Ma hanno pochi spazi sia sugli scaffali delle librerie, sia sui canali di comunicazione, quindi ogni opportunità per far conoscere il loro lavoro è prezioso.
Dal quel 2003 ad oggi, di strada ne è stata fatta molta. Molti saranno stati i cambiamenti nel percorso di crescita della rassegna. Quando il timone del comando è passato nelle sue mani e quali innovazioni ha introdotto a MicroEditoria?
In realtà mi occupo da sempre della Microeditoria, il cui nome venne scelto da me proprio perché, per i miei studi classici, sapevo che in greco micro non significa minuscolo, bensì “piccolo” e non mi piaceva chiamare un evento “Rassegna dei piccoli editori o della piccola editoria”, come facevano altri. Volevo che ci fosse una parola unica a contrassegnare il nostro evento e quindi ho pensato e proposto Microeditoria. Il primo programma fu steso a quattro mani con mio padre e la prima edizione dell’evento realizzata con il contributo dei soci dell’Impronta a cui devo un grande grazie per la fiducia che riposero in una giovane neolaureata che dava indicazioni su come disporre stand e materiali e di come si sarebbero svolti i 3 giorni di evento. Anche se all’inizio la sfida non si era prospettata facile, faticai a convincere i primi editori a partecipare… finché, con mio padre, riuscimmo a convincere Anita Molino del Leone verde, che allora guidava anche la federazione degli editori indipendenti. Da allora Anita ha salvato (con altri) il Salone di Torino, ha fatto crescere tantissimo la sua casa editrice, ma soprattutto ha saltato una sola edizione di Microeditoria! A mio fratello che mi stuzzicava in quella fase di incertezza rispetto ad un possibile fallimento dell’iniziativa, risposi mettendo in campo tutto il mio impegno, e la sfida riuscì!
Nel tempo la Rassegna è “cresciuta” nei suoi contenuti. Oggi non è più un semplice evento espositivo, ma è diventata un vero e proprio festival della cultura a 360° dove in decine di eventi e incontri con autori si alternano non solamente scrittori emergenti, ma il programma è arricchito dalla presenza di nomi di spicco del mondo artistico, giornalistico e, perché no politico. Ritiene che sia un azzardo definire Microeditoria uno spazio dove il dialogo e la libertà di espressione possano sentirsi a casa?
È esattamente il nostro obiettivo. Per me la cultura è lo spazio del dialogo, del confronto, che nascono dalla conoscenza dei temi, dalla flessibilità della mente. La mente diventa flessibile se si abitua a conoscere anche opinioni diverse dalla propria e credo che i libri in questo brillino ancora al di sopra di molte altre esperienze. Microeditoria vuole essere questo spazio di confronto anche grazie ai suoi ospiti. Mai come quest’anno abbiamo inoltre sentito l’affetto di tante persone che hanno trovato nel nostro evento un momento di grande libertà. È stato un riconoscimento prezioso.
In un mio articolo di qualche tempo fa, ho definito MicroEditoria come il Natale dei piccoli editori. Un evento atteso da tutti noi piccoli editori nello stesso modo che i bambini attendono il Natale: l’evento più importante dell’anno. Immagino che anche per lei ed il suo team, quello dell’Associazione Culturale Impronta, già dall’11 novembre era già pronta una cartellina con scritto sopra “MicroEditoria 2026” e sia iniziato il conto alla rovescia che porterà alla XXIVesima edizione della Rassegna. Una passione che è diventata un impegno lavorativo oppure è un impegno lavorativo che è diventato una passione?
Molto bella l’immagine del Natale dei piccoli editori! Grazie. Di fatto quando ho organizzato la prima edizione nel 2003 lavoravo già da un anno, ma anche la mia laurea in beni librari dice di una passione che arrivava da lontano. Quindi sicuramente prima è partita la passione, da qui si è sviluppato un impegno che di fatto diventa anche lavoro. E ogni anno si fa più impegnativo e invasivo. Inoltre il nostro è un team di appassionati di libri, persone competenti e generose, persone che si mettono in gioco completamente perché l’evento riesca nel migliore dei modi, che mettono tanta energia positiva perché chi viene si senta accolto, perché tutto funzioni. In questo c’è anche un grandissimo spirito di adattamento: dato che siamo pochi, è comunque sempre un lavoro enorme, non solo di testa, ma anche di braccia e di gambe. La cultura di Microeditoria tonifica tutti i muscoli!
Viviamo in un’epoca dove si legge sempre meno di fronte, al contrario, ad una proposta notevole di libri pubblicati. Le librerie indipendenti faticano ad alzare la saracinesca tutte le mattine stretti nella morsa delle grandi catene di librerie (in mano ai grandi editori) e del mercato online. Qual è lo stato di salute dell’editoria nel nostro paese? E, secondo lei, cosa porta la gente a disaffezionarsi alla lettura di un libro?
Gli ultimi dati segnalano un ulteriore declino nell’acquisto di libri (su cui pesa anche la pirateria editoriale purtroppo). In Italia si sa che ci sono un gruppo ridotto di lettori fortissimi e un’ampia fetta di non lettori o lettori deboli che difficilmente leggono un libro in un anno. Quel che fa riflettere è che da anni le biblioteche (anche in provincia di Brescia) registrano numeri alti di prestiti per la fascia bambini e ragazzi, ma poi questo amore per la lettura sembra svanire con gli anni. Dato che leggere oltre che utile, costituisce anche un piacere, credo sia questa la linea su cui insistere: gli adulti sono più impegnati, ma se trovano piacere nella lettura, questa diventa una compagna insostituibile. Insistiamo tutti sul piacere di leggere: non è per pochi, non è da snob, è un piacere da concedersi.
Che cosa rappresenta per lei un libro?
Il libro è un viaggio che parte dentro di noi, ma ci fa uscire, ci fa camminare, ci fa crescere. È un viaggio che ci fa aprire tante finestre sul mondo e, di conseguenza, anche su noi stessi. Di sera con mio figlio leggiamo sempre due o tre pagine (smettere è sempre una lotta!). Ora stiamo leggendo “Il Corsaro Nero” di Salgari (di cui il nonno era pure grande lettore): sulla cartina geografica cercando dove sono le Antille parliamo di geografia, le descrizioni degli umori del filibustiere ci fanno confrontare sulla psicologia umana, i dettagli marinareschi e naturalistici ci aiutano a conoscere il mare, le regole di una nave, la storia dei caraibi e del colonialismo, la pirateria. E tutto questo intessuto in una trama avvincente, in una lingua ricca e con parole spesso molto ricercate o desuete (su cui pure ci si ferma ogni tanto). Potremmo fare altrettanto con altri mezzi così quotidiani, così economici, come un libro preso in prestito dalla biblioteca online? Secondo me, no.
Qual è il ruolo di MicroEditoria in una galassia dove gli eventi espositivi per gli editori, i saloni del libro e decine di altre iniziative sono sempre più numerosi e dove più che proporre un vero progetto culturale sembra che gli organizzatori siano più preoccupati a fare cassa o farsi concorrenza. Ad esempio, Bookcity di Milano ed il Salone Internazionale del Libro di Torino sembrerebbero, visto da non addetti ai lavori, più preoccupati a mettersi in competizione tra loro anziché remare dalla stessa parte per il bene per bene comune di lettori, editori e librai.
Quando iniziammo nel 2003, fra le varie analisi preventive ci fu anche quella di eventi simili sul territorio italiano. Oltre alla famosa fiera di Belgioioso, che fu apripista per l’editoria indipendente, ma si è chiusa ormai da tanti anni, un anno prima era nata Più libri Più liberi e lo stesso anno sarebbe partita PisaBookFestival. Cercai da subito connessioni con queste realtà, per imparare, per fare rete, perché ho sempre creduto che insieme si possa fare meglio. Con Pisa creammo un paio di occasioni di confronto, poi la gestione passò ad un’agenzia e saltarono tutti i rapporti. Con altre realtà il dialogo era talmente “impari” che confrontarsi era impossibile. Gli eventi devono tenere insieme sostenibilità e contenuti. Nei contenuti comprendo anche il progetto culturale e l’obiettivo di far conoscere i libri degli editori, per il bene di lettori, editori, librai. Non è mai facile, è sempre camminare su un filo, in cui la promozione deve essere forte, la qualità della proposta alta ma i budget sono…spesso incerti! Ci sono istituzioni che invece di confermare il sostegno a eventi come il nostro, dopo due anni consecutivi lo sospendono: mi chiedo che tipo di strategia culturale ci sia per il territorio… o meglio, mi sembra che manchi proprio. Entrando nel merito della domanda, mi sembra che quando le strutture diventano grandi, la necessità di sopravvivere e autoalimentarsi a volte soverchia il progetto culturale. Noi siamo sempre rimasti sufficientemente piccoli da procedere solo perché ci mettiamo molto del nostro, tutti, senza dover mantenere una struttura. Questo è anche un tallone d’Achille, ma negli anni ci ha permesso di fare le nostre scelte sempre in piena libertà (unico limite il budget), di stabilire tante collaborazioni, di avviare mille progetti, di essere stimati, di saper creare un ambiente accogliente e familiare (con tutti i limiti del caso), di divertirci…
Lei ha visto crescere MicroEditoria dalla sua nascita, l’ha vista muovere i primi passi, forse superando anche momenti difficili. Ora la Rassegna è diventata maggiorenne da qualche anno. Come si immagina la Rassegna fra 5 o 10 anni?
Bella domanda. Mi piacerebbe che sapesse rinnovarsi e stringere rapporti sempre più fecondi con il territorio e sempre capace di rispondere alle domande del territorio, ma senza che venga mai meno la continuità (nella presenza degli editori, nella disponibilità dei volontari, nell’eterogenea partecipazione di un pubblico di ogni età). Quel che mi preoccupa è il pensiero sempre più diffuso di poter fare a meno degli editori. Non è così, e la nostra manifestazione nasce principalmente per sostenere questo principio: l’editore ha una funzione importante, che non verrà sostituita dall’AI o dai colossi informatici internazionali. Gli editori indipendenti in particolare hanno un ruolo insostituibile. Quindi la speranza è che fra 10 anni questo punto resti centrale. Sarebbe bello poi che il premio Microeditoria di qualità venisse valorizzato durante tutto l’anno. Sarebbe bello che oltre agli eventi nelle grandi città, sui media nazionali si dedicasse spazio anche a chi ha una qualità da mostrare. Sarebbe bello se per allora si potesse fruire di uno spazio incontri migliore rispetto al nostro tendone. Sarebbe bello che la rassegna diventasse sempre più quella piazza di confronto, di stimolo, di buone idee che è diventata in questi anni. Sarebbe bello che le istituzioni come provincia e regione le riconoscesse.
E per non farci mancare nulla, come si immagina Daniela Mena fra 5 o 10 anni?
Mi immagino impegnata in tanti progetti (probabilmente legati ai libri), con la mente che vola e la realtà che ogni tanto la fa tornare a terra. Con la speranza di poter dare un contributo a quello in cui credo. Mi vedo all’opera per trovare fondi (come sempre), felice di poter imparare da chi sa di più e di poter scoprire ogni giorno le meraviglie che ci regala il mondo. Munari diceva di non insegnare COSA fare ma COME fare: ecco mi immagino un “come sarò”, per il “cosa” lascio spazio alle sorprese che il futuro mi riserverà.
Per concludere, cosa possiamo dire ai nostri lettori per far sì che si riaccenda la fiammella della curiosità e lo stimolo a leggere di più?
Secondo me basta entrare in una biblioteca e provare a perdersi fra gli scaffali. A volte amo guardare anche i libri per bambini e ragazzi: ci sono volumi che conquistano e incuriosiscono. Non c’è dubbio che un titolo, un libro, una copertina attirerà lo sguardo. Se poi si chiedesse pure consiglio a un bibliotecario, difficilmente si resterà delusi. I libri son vari come vario è il mondo. Poter attingere a questa miniera è una grande fortuna. Si può vivere senza libri, ma sarebbe una vita che manca di tanti sapori.