Di vesti avvelenate e velli d'oro ...
Arte e Cultura > Leggendo e viaggiando con Jennifer tra cultura, arte e mito
DI VESTI
AVVELENATE E VELLI D'ORO:
la tragica
attualità di Medea e degli Argonauti
Questa non è una
storia da raccontare in riva al mare, tra falò di lucciole e lievi accordi di
chitarra. Non è nemmeno una fola adatta a un nugolo di ragazzini seduti fra i
salici sotto la luna, che tentano di spaventarsi snocciolando tenebrosi
aneddoti e macabre leggende, nel fresco delle nottate estive. La si deve,
invece, sussurrare con delicatezza e circospezione, tramandandola da una
generazione all'altra, affinché sentimenti fragili e disillusione, avviluppati
in una crisalide di oscura magia, non vengano, nuovamente, frantumati.
Questa volta ci
rannicchieremo su un molo desolato, osservando lo scheletro mesto di una nave
incrostata di ere, fra le cui travi sventolano, meste, una veste sdrucita e una
pelliccia d'oro. E ascolteremo, cercando di non giudicare, la storia di
un'ingenua principessa orientale. Illusa... e poi degradatasi a mostro
per amore (...o, forse, per “onore”?).
Immaginate, ora,
d'indossare le impalpabili vesti di quella principessa orientale, e di correre
leggiadramente fra arcaici loggiati; la luna vi osserva danzare, mentre
ripassate le ultime formule suggeritevi da vecchi maghi. La principessa non è
che una bambina; eppure, quando incrocia lo sguardo di un eroico visitatore,
non può che sentire, al pari di Nausicaa alla vista del naufrago Odisseo, un
fremito inatteso. Medea (questo il nome della giovane) trascorrerà notti intere
a rivolgere la mente all'ospite occidentale, rigirandosi insonne al ritmo
cadenzato, sempre più frenetico, di un atroce dilemma: aiutarlo o meno a
impadronirsi del vello d'oro?
Urge, a questo
punto, un piccolo balzo all'indietro: il nuovo arrivato, Giasone, non è che
l'erede al trono di Iolco, spodestato, così come Amleto, da un orribile zio,
Pelia. Quest'ultimo, dopo aver fatto prigioniero il padre di Giasone, il
legittimo sovrano Esione, ha convocato l'impavido nipote, proponendogli
furbescamente un accordo: la liberazione di suo padre in cambio del vello
dorato in possesso di Eeta, re della Colchide e padre di Medea. Pur conscio dei
travagli in agguato, Giasone ha accolto l'offerta (presentatagli dallo zio
nella speranza che lui morisse durante il viaggio): al timone della mitica nave
Argo, affiancato da cinquanta eroi, i cosiddetti Argonauti, è salpato alla
ricerca della pelliccia dell'ariete alato Crisomallo, in grado di curare ogni
ferita, celato da Eeta in una densa foresta e custodito da un drago.
Giasone e Medea
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Chirone nelle vesti di maestro
Giasone,
impavido e affascinante, è stato allievo, al pari di Achille, del centauro
Chirone: unisce, dunque, alla forza e alla determinazione che gli hanno
consentito di sconfiggere giganti a sei braccia e di gareggiare in resistenza
con Eracle e i Dioscuri, un'invidiabile abilità retorica. Nulla da stupirsi,
dunque, se l'inesperta e sognatrice Medea ora si rigira, combattuta, fra le
lenzuola, domandandosi se rimanere fedele alla sua famiglia o cedere alle
lusinghe dell'eroe ... Anche perché c'è di mezzo lo zampino di Eros, il quale le
ha infuso nell'animo un sentimento improvviso.
E la docile
Medea, supportata dalla sorella Calciope, finisce per rimestare, provetta maga,
intingoli ed erbe; grazie ai suoi filtri, Giasone è in grado di superare le
prove propostegli, sardonicamente, da Eeta in cambio del vello: aggiogare a un
aratro i due tori di Efesto, dagli zoccoli di bronzo e dal respiro infuocato,
scavare quattro solchi nel terreno e seminarvi denti di drago. Protetto dal
sangue di Prometeo (titano donatore del fuoco agli esseri umani) fattogli
ingerire da Medea, Giasone riesce a sgominare i giganti nati dalle sementi
mostruose. In seguito, quando Eeta rifiuta, nonostante il superamento della
prova, di concedergli il vello, se ne impadronisce furtivamente, di notte,
assassinando il drago ammaliato dalle magie di Medea.
Giasone alla conquista del vello d'oro
Giasone, già
esperto nelle arti della seduzione (ha infatti accettato di giacere con
Ipsipile, donna guerriera di Lemno, al fine di generare una stirpe di eroi, per
poi rifiutare di regnare al suo fianco) conduce con sé l'ingenua principessa;
non è l'amore a spingerlo a farlo, né la riconoscenza. Si tratta,
semplicemente, di utilità. Se, infatti, Teseo abbandonò Arianna
sull'isola di Nasso dal momento che, dopo l'uccisione del Minotauro, non
avrebbe più potuto ottener vantaggi dalla sua presenza, Giasone si sarebbe potuto
giovare ancora delle arti magiche e dell'astuzia di Medea.
In effetti il
principe, durante il viaggio di ritorno, si accorge di essere inseguito dal
figlio di Eeta, Apsirto: Medea, utilizzando il potere della parola
(quell'abilità retorica che, secondo Gorgia, avrebbe potuto gettare Elena di
Sparta fra le braccia di Paride), lo convince di essere stata rapita e gli
rivolge una preghiera d'aiuto, attirandolo su un'isola sperduta ove Giasone lo
può assassinare. Secondo una versione più truculenta del mito, ancor più adatta
a evidenziare quanto la giovane sia ormai discesa in un baratro interiore, è
Medea stessa a dilaniare a morte il fratellastro, qui presentato come un
infante, disperdendone i brandelli in mare.
A differenza di
altre fanciulle, sedotte da eroi e circuite sino al punto da tradire la propria
famiglia, Medea finisce per sposare realmente l'oggetto della sua ossessione.
Divenuta regina di Iolco, da Giasone genera anche due figli. Ma le arcaiche
tragedie non possono che divenire ancora più oscure, e nuovo sangue viene
richiamato dal sangue. Giasone, divenuto un tronfio e borioso sovrano,
dimentico del sempiterno supporto della sua sposa, sceglie di liberarsene per
congiungersi a una nuova principessa. “Un fanciulla splendidamente educata e occidentale”,
sussurra, sprezzante, a Medea, “Non certo una barbara, sgraziata e
selvaggia, come te”.
E Medea, che
oltre all'orgoglio e alla corona, dovrebbe rinunciare anche ai suoi stessi
figli, finge di chinare il capo. Finge soltanto, sì. Perché lei è diversa dalla
Griselda delineata da Boccaccio nel suo Decameron: una giovane così
pacata e remissiva da accettare di vedersi portare via i figli e di allestire
le nuove nozze di suo marito con una donna più giovane e benestante di lei.
Medea è, invece, una principessa, è una maga, ed è una discendente di Circe e
del Sole: l'onta che minaccia di macchiarla dev'essere istantaneamente
cancellata.
Fa quindi
pervenire a Glauce, la novella sposa, una magnifica veste in dono; ma la stoffa
è intrisa di veleno, e la giovane, al pari di suo padre, Creonte, accorso in
suo aiuto, spira fra atroci dolori. Non paga, Medea, dopo orribili travagli
interiori, si risolve a impiccare i suoi stessi figli, per privare Giasone
della sua discendenza. Il sovrano, crollato in ginocchio, non può che osservare
la sua terrificante consorte spiccare il volo sul carro del Sole, trainato da
draghi alati, trionfante pur nella sua stessa, lancinante, sofferenza.
Medea s'accinge ad assassinare i figli
Sbarco degli Argonauti
Ora: Medea è
un'affascinante figura tragica, archetipica. Ed è, innegabilmente, un'angosciante
e gelida assassina. Ma è stata anche una fanciulla ingenua, preda delle
lusinghe del primo amore e costretta a una scelta atroce; ferita nel profondo,
offesa nella sua identità, privata di quanto le fosse maggiormente caro, ha
scelto, infine, di pugnalare, per interposta (innocente) persona, chi l'aveva
degradata.
Di uomini (e
donne) egoisti e oscenamente tronfi, abituati a circuire e sfruttare sino
all'osso personalità più fragili, per poi scrollarsele di torno quando non ne
hanno più bisogno, ce ne sono, anche oggi, a bizzeffe. E per ogni Giasone della
situazione non possono mancare più donne (e uomini) ingenue, fragili, o
semplicemente sognatrici, la cui dignità, quando viene troppe volte calpestata,
finisce tragicamente per annullarsi. Salvo poi, talvolta, riemergere dalle sue
stesse ceneri, densa di consapevolezza e ostile a nuove umiliazioni.
La risalita, per
alcuni di coloro che si vedono utilizzati e calpestati, può essere
lunga, dissestata, ma altrettanto risplendente. Per altri, invece, può sfociare
in depressione, perdita di autostima e di fiducia nell'Altro, astio ribollente.
O talora, Zeus non voglia(!), raptus incontrollati.
Re Pelia e Giasone con in Vello d'Oro
Ovviamente,
Medea non è giustificabile: il suo aberrante gesto finale, al pari
dell'assassinio del suo stesso fratello, non suscita nemmeno un stilla di
comprensione. Non è Edipo, costretto a ripetuti incesti in quanto preda di un
destino vergato da qualcuno più in alto di lui. Non è nemmeno il Minotauro,
nato per infondere sofferenza e trovare la morte a causa delle colpe del
patrigno.
Medea è
consapevole delle sue azioni. Riflette, soppesa varie ipotesi, e, infine,
effettua la sua scelta. Eppure, non possiamo fare a meno di chiederci: se sua
sorella, Calciope, le fosse rimasta accanto? Se Helios, suo avo, fosse sceso a
lavare le sue offese? Se un qualunque individuo avesse preso le sue parti, e
lei non avesse finito per sentirsi una barbara, rinnegante la sua famiglia e la
sua cultura in cambio di disprezzo e umiliazione? Ecco, in tal caso... chissà
se avrebbe potuto propendere per una risoluzione differente.