Michelina De Cesare: la regina dei briganti
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25 febbraio 2025
Michelina De Cesare: la regina dei briganti
(di Aurelio Armio)
Il fenomeno del brigantaggio era molto diffuso nell'Italia del XIX° secolo, specialmente al sud. Questo fenomeno dopo l'Unità d'Italie nel 1861, ha assunto aspetti inusitati e imprevedibili e in moltissimi casi ha visto protagoniste importanti anche le donne.
Nel febbraio del 1861, con la
capitolazione di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, il Regno delle Due Sicilie
cessa, di fatto, di esistere. Francesco II, ultimo Re di Napoli, ripara a Roma,
ospite dello Stato Pontificio.
Ingabbiato nelle precarietà che
comporta un esilio e le difficoltà che il nuovo stato italiano incontra per
radicarsi nel territorio del suo regno dissolto, lo spingono a coltivare la
speranza di un sollecito ritorno sul trono.
Nei territori dell'ex regno sorgevano
“comitati segreti filoborbonici”, con lo scopo dichiarato di sollevare le
popolazioni contro i Piemontesi.
In tutto il Mezzogiorno si riaccendono
improvvisamente i fuochi della ribellione contadina: fuochi che hanno sempre
infiammato il Meridione d'Italia anche sotto il Regno dei Borboni; fuochi ora maggiormente
alimentati da uno sconquasso politico e sociale che per il popolo era diventato
insostenibile.
Questo fenomeno, che possiamo dire
rivoluzionario, ha preso il nome di Brigantaggio.
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Sottolineiamo che Il Brigantaggio era già presente da molto tempo nel Regno di Napoli prima, nel Regno delle Due Sicilie poi e che, quindi, fu combattuto anche dai sovrani borbonici perché si trattava spesso di fuorilegge che vivevano di razzie. Quando fu fatta l’Unità d’Italia, invece, assunse un aspetto diverso e si trasformarono in briganti anche gli ex soldati dell’Esercito delle Due Sicilie che non vollero tradire il giuramento di fedeltà fatto al loro Re, passando nel Regio Esercito Italiano; in questa specie di moto rivoluzionario si unirono anche molte persone comuni che opposero all’invasione piemontese che presero le armi per combattere quella che diventò una vera e propria guerra civile per restaurare l’indipendenza del Regno delle Due Sicilie. A tutti questi oppositori del nascente Regno dei Savoia fu dato l’appellativo di “briganti” per screditarli presso l’opinione pubblica, agli occhi delle altre nazioni straniere e a quelli degli stessi abitanti dell’Italia meridionale. Il risultato fu, ed è ancora oggi, che, quando si parla di brigantaggio si pensa solo a delinquenza comune, e non che i “briganti” siano stati donne e uomini che, nel loro intento, combatterono per quella che per loro era ancora la Patria.

Immagini di briganti di Bisaccia (1862)
Come ovvia conseguenza alle lotte che hanno portato all’unità d’Italia, la “storia” del Brigantaggio e stata scritta dai vincitori che hanno scritto la storia dell’Unità d’Italia, la quale, alla luce di un sempre più approfondito revisionismo storico con tanto di prove documentate, andrebbe quanto meno “aggiustata” se non proprio riscritta, senza ovviamente cadere nell’eccesso opposto a quanto è accaduto.
Diciamo che “riscritta” dovrebbe essere la storia del brigantaggio postunitario, descritto ufficialmente come una serie di scorribande compiute da criminali i quali non volevano rispettare l’ordinamento del nuovo Regno d’Italia, e vivevano di omicidi, saccheggi, violenze.
In questo senso, come spesso accade per la storia che ci viene raccontata, ci sarebbe molto da riscrivere, lasciando ad ognuno di noi, come è giusto che sia, la libertà di giudicare secondo il proprio punto di vista.
Se ci pensiamo, non potrebbe essere un azzardo trovare vaghe similitudini dell’evoluzione che ha avuto il Brigantaggio, che in pratica era una vera e propria guerra di guerriglia, con la guerra di guerriglia che hanno combattuto le formazioni Partigiane dopo l’8 settembre 1943, per contrastare e sconfiggere i fascisti e i tedeschi. Capisco benissimo che questo parallelismo ci sta in maniera decisamente stretta e forzata, ma gli intenti dei briganti, o almeno in molti di loro, erano quelli di voler scacciare chi per loro era un invasore.
Ho fatto questo lungo preambolo iniziale e generale sul fenomeno brigantaggio perché volevo raccontare la storia di una donna che venne definita “La regina dei briganti”, Michelina di Cesare.

Anche quella di Michelina De Cesare è una storia da riscrivere. La brigantessa è nata il 28 Ottobre 1841 a Mignano, nell’allora provincia Terra di lavoro, oggi provincia di Caserta. La sua era una famiglia poverissima e lei, rimasta vedova del primo marito Rocco Zenga, conobbe tale Francesco Guerra, un militare borbonico che, come tanti altri, non volle tradire il giuramento di soldato a re Francesco II e passare dalla parte dell’esercito nemico, quello di casa Savoia. Guerra si aggregò alla banda di Rafaniello e ne divenne capo alla sua morte.
Michelina era diventata la donna del Guerra e secondo alcune fonti i due si sposarono. La brigantessa, pur essendo donna, ricopriva un ruolo di comando, come dimostrano le armi da lei possedute: una pistola e un fucile a due colpi. Questo particolare, unitamente ad alcune testimonianza di alcuni briganti arrestati e interrogati, sono la conferma che Michelina era diventata un personaggio di spicco, un capo: nelle gerarchie del brigantaggio solo i capi erano dotati di fucili a due colpi e pistole.
Michelina era spesso lei stessa al comando della banda e la guidò in numerose azioni tra il 1862 e il 1868. La lora tattica era, già ne abbiamo parlato poco sopra, la guerra di guerriglia, agendo in piccoli gruppi che una volta portato a termine l’attacco, si disperdevano alla spicciolata nei boschi per poi ritrovarsi in un determinato punto stabilito.
Spesso agivano con stratagemmi, si ricorda di un loro assalto al comune di Galluccio, quando alcuni di loro si travestirono da Carabinieri che fingevano di condurre in carcare altri briganti, ingannando così la popolazione e i tutori dell’ordine.
Nel 1868 fu inviato nei territori controllati dalla banda di Michelina, il Generale Emilio Pallavicini di Priola a cui vennero conferiti ampi poteri per dare una stretta decisiva alla lotta contro il Brigantaggio.
All’azione armata, il generale, per venire a capo di una questione che era molto più che spinosa, intraprese un’operazione di corruzione (come vediamo è qualcosa radicato negli uomini da sempre) attraverso offerte di denaro e privilegi in cambio si soffiate e delazioni. In pratica si trattò dello stesso metodo utilizzato dagli ufficiali sabaudi che portò al tradimento del proprio Re di vari ufficiali e politici borbonici.
Sta di fatto che di questa “operazione di corruzione” ebbe come risultato che a tradire Michelina De Cesare fu il cugino Giovanni, che portava pure il suo stesso cognome. Fu proprio Giovanni a condurre i soldati al nascondiglio di Michelina e del Guerra che furono sorpresi e uccisi. I loro corpi furono denudati, fotografati e messi in mostra nella piazza principale della città.

Quello che combinano i “cugini” nella storia è davvero qualcosa di fantastico, mi torna alla mente che all’incirca un secolo dopo questi fatti, un altro cugino è stato l’artefice di un tradimento “d’autore”: quello perpetrato da Gaspare Pisciotta uccidendo suo cugino Salvatore Giuliano.
Ma torniamo al tradimento che riguarda la nostra storia, quello di Giovanni nei confronti di Michelina.

Dai documenti fotografici si può vedere il corpo di Michelina con evidenti tumefazioni e segni di percosse, tanto da poter essere ipotizzabile che ella sia stata ammazzata dopo aver subìto delle torture. La storiografia ufficiale, invece, si basa sul racconto dei soldati dell’Esercito Italiano.
Alcuni documenti dell’epoca raccontano che attorno alle 10 di una sera in cui pioveva a dirotto ed era in corso un violentissimo temporale accompagnato da forte vento, tuoni e lampi, iniziò l’operazione favorita dalle condizioni climatiche che permisero ai soldati di avvicinarsi inosservati ai covi dei sospettati senza essere notati. Da qualche tempo si stavano perlustrando quei luoghi accidentati e malagevoli, pieni di sentieri infossati, burroni ed anfratti naturali, senza che si fosse raggiunto il benché minimo risultato. Le speranze di stanare i briganti andavano scemando giorno dopo giorno, fino a che, sotto la guida del cugino traditore, i militari arrivarono ad un bosco di querce secolari. Giovanni disse ai soldati di perlustrare la zona e di controllare talune querce che lui sapeva essere incavate a sufficienza per permettere ad una persona di nascondersi all’interno.
Quindi, trovati Francesco e Michelina il rapporto diffuso recitava più o meno così: “Un soldato afferratone uno pel collo, lo stramazza al suolo e con lui addiviene ad una lotta a corpo a corpo, finché venne dato ad un altro soldato di appuntare il suo fucile contro il brigante e di renderlo cadavere… Quel brigante fu subito riconosciuto pel capobanda Francesco Guerra, ed il compagno che con lui s’intratteneva, appena visto l’attaccò, tentò di fuggire; una fucilata sparatagli dietro dal medico di Battaglione Pizzorno lo feriva, ma non al punto di farlo cadere, che continuando invece la sua fuga, s’imbatteva poi in altri soldati per opera dei quali venne freddato. Esaminatone il corpo, fu riconosciuto per donna e quindi per Michelina Di Cesare druda del Guerra”.

Il corpo di Francesco Guerra
Secondo questo racconto, Francesco fu ucciso nonostante potesse essere immobilizzato e tratto in arresto, considerata anche la superiorità numerica dei soldati, mentre a Michelina spararono alle spalle, ferendola e poi finita a sua volta da altri soldati, nonostante che anche lei poteva essere semplicemente bloccata e arrestata. In nessun rapporto si fa riferimento a percosse o torture, che però appaiono evidentissime nelle foto scattate al corpo morto di Michelina.
Dopo aver giustiziato i due briganti, ne seguì la denudazione dei corpi e la loro profanazione attraverso l’esposizione pubblica, nel luogo più importante del paese.
La storia ufficiale non parla di Michelina e di quei soldati rimasti fedeli ai Borbone, che considerata la particolare situazione, erano a loro modo dei patrioti ma furono declassati a briganti. La storia parla delle loro efferatezze ma non parla di quelle atrocità che accadono in ogni guerra commesse dai conquistatori e invasori.
Così su due piedi mi tornano alla mente la furia rabbiosa nazista dopo quell’8 settembre tristemente famoso. Del resto, succede spesso che le vittime diventino poi, a loro volta, carnefici.

Resta il fatto che forse sarebbe opportuno rivedere qualcosa nella lettura storica che viene fatta sul brigantaggio, o quantomeno su una buona parte di quello che è stato sbrigativamente chiamato “Brigantaggio”, anche perché, se ci pensiamo bene, dall’unità d’Italia ai giorni nostri, molti fatti che fanno parte della nostra storia andrebbero riletti sotto una luce diversa, e a mio parere sono davvero molti i cassetti che contengono meschini segreti che dovrebbero essere aperti per diffondere le vere verità.
La lista è lunga davvero. Potremmo addirittura iniziare da quel bizzarro fuoco amico che ha abbattuto nei cieli di Libia Italo Balbo, ma poi potremmo scoprire cose stranissime sull’esecuzione di Salvatore Giuliano. Proseguendo ecco che incontriamo “l’incidente aereo” in cui è morto Enrico Mattei, per passare dallo strano “omicidio” di Pier Paolo Pasolini, per finire con stragi in banche, aerei, stazioni e treni.
Il sorriso di Michela
Brano di Eugenio Bennato ‧ (2011)
Tu, che stai lì, prigioniera, di una guerra senza gloria
Di una guerra che hai perduto
Perché a scrivere la storia Sono sempre i vincitori E Michela non sarà tra i loro eroiTu, che stai lì, prigioniera, nella tua fotografia,
Che il nemico ti ha scattato Per la sua vigliaccheria Lui, confuso, nei trofei, Non si accorge di chi sei Di chi seiTu, sei il sorriso di Michele
E così ti metti in posa E il vestito che tu indossi Non è un abito da sposa E il fucile che tu porti È fucile vero è Non è una rosaE... Così che va la guerra
Così che va il racconto E da che Sud e Sud, così va il mondoE tu che stai lì, prigioniera, perché sei donna del Sud
Così bella, così fiera, nella consapevolezza Che più forte del brigante Non può esserci che la sua brigantessaE tu che stai lì, prigioniera, a sfidare il tuo nemico
Col tuo sguardo di pantera Tu con il sorriso antico Di chi non si è arresa mai Tu per sempre vincerai VinceraiTu sei il sorriso di Michela
Tu sei la fotografia Tu ci parli di una donna Che ha il sorriso di una Dea Che se vive Che se muore Non tradisce mai il suo amore E la sua ideaE... Così che va la guerra
Così che va il racconto E da che Sud e Sud, così va il mondoE... Così che va il confine
Tra Inferno e Paradiso Tra un colpo di fucile, e un sorrisso(Accussì va la guerra
Accussì va la gloria Da che Sud e Sud Accussì va la storia Ma la storia 'e Michela È na storia diversa Pecch'é nun s'arrende Pecch'é è brigantessa)(Accussì va la guerra
Accussì va la gloria Da che Sud e Sud Accussì va la storia Ma la storia 'e Michela È na storia diversa Pecch'é è brigantessa Pecch'é nun s'arrende)(Accussì va la guerra
Accussì va la gloria Da che Sud e Sud Accussì va la storia Ma la storia 'e Michela È na storia diversa Pecch'é nun s'arrende Pecch'é è brigantessa)Accussì va la guerra
Accussì va la gloria Da che Sud e Sud Accussì va la storia Ma la storia 'e Michela È na storia diversa Pecch'é è brigantessa Pecch'é nun s'arrende)Tu sei il sorriso di Michela
Tu che non ti sei mai arresa Sei il sorriso che combatte La retorica infinita Di chi ha invaso la tua terra Per rubare il tuo sorrisoE la tua vita